Orti urbani
Così l'agricivismo sbarca in città
Si diffonde sempre più la passione che porta a costruire spazi verdi su terrazzi, balconi e in altri contesti. Scopriamo chi e come si è messo all’opera
Nel 2007 la popolazione urbana del pianeta ha superato quella che vive nelle zone rurali. Il processo di urbanizzazione non ha però ancora raggiunto il suo apice. Infatti, secondo i demografi dell’Onu, nel 2030, i due terzi degli abitanti del pianeta vivranno nelle città. Eppure, a dispetto di questa tendenza assistiamo a un fenomeno opposto: la campagna che ritorna nelle città, prendendo d’assalto tetti, balconi, terrazzi e giardini. Se l’uomo non va alla campagna è la campagna che va dall’uomo.
Assistiamo così a un "movimento inverso" che riporta letteralmente "la campagna dentro la città" per alimentare quello che Richard Ingersoll ha definito con il termine agricivismo, ovvero "l’utilizzo delle attività agricole in zone urbane per migliorare la vita civica e la qualità ambientale-paesaggistica".
Stiamo parlando di un fenomeno che non conosce confini e che da alcuni anni prende piede un po’ ovunque: da New York a Londra, da San Francisco a Parigi, fino a Milano, Roma, Bologna, Reggio Emilia giusto per citare alcune città di un censimento che il nostro Paese comincerà a fare il 14 marzo a Cesena con un convegno che è una sorta di "stati generali" degli orti urbani d’Italia. (vedi il box nella pagina qui a lato). Orti urbani perciò: sui terrazzi e sui balconi, nelle scuole e nelle carceri, orti d’artista e orti di pace e poi orti didattici, terapeutici, interculturali. Sembra un ritorno reale e metaforico all’orticello dei nostri nonni, ma senza nostalgia però, perché i nuovi orti sono più ricchi di quelli di una volta.
Oggi gli orti urbani sono un crocevia di funzioni. La parola chiave per definirli è, infatti, "polifunzionalità". I nuovi orti non offrono solo prodotti da mangiare, ma anche svago, nuova socialità e risposte ambientali. Muovono la cittadinanza attiva alle prese con il recupero del saper fare e della cultura materiale.
Rispondono a una "domanda sociale di paesaggio" inseguendo sicurezza alimentare, ma anche puro piacere che finisce spesso per sfociare in una dimensione estetica. Per fare un orto ci vuole interesse, attenzione, amore ma anche tensione sincera verso la bellezza. "Se questo piccolo pezzo di terra di cui ci occupiamo non è anche armonico sul piano estetico, non ci si recherà con piacere" dice Pia Pera - scrittrice e autrice di Orto di un perdigiorno libro di apprendistato orticolo ma anche filosofico ed etico. E non è un caso che la proposta di gran parte degli orti urbani si chiami "orto giardino", con buona pace di quella separazione tra fiori e verdure nata con la società industriale. Una divisione che è stata anche separazione, tra estetica e produzione e che ha portato a riconoscere visibilità al giardino e marginalità agli orti. Oggi qualcosa sta cambiando e può capitare di imbattersi in giardini con prati colorati fatti di lattuga da taglio e incorniciati dai fiori bianchi di piante di piselli. Oppure in orti che ospitano piante ornamentali tra zucchine e cavoli. Non c’è una regola trainante che determina la nascita di un orto giardino. Infatti, accanto a esperienze che nascono in strutture organizzate e sovente favorite dall’amministrazione pubblica, troviamo quelle nate dalla spontaneità di cittadini pungolati magari da inediti laboratori di imprenditoria sociale e ecologica. Ci riferiamo a realtà come Eugea impegnate nella promozione di una nuova "ecologia privata", come spiega nell’intervista qui accanto l’entomologo Gianumberto Accinelli.
Gli orti nascono ovunque, anche nelle Crepe Urbane per dirla con il titolo di una fanzine diffusa a Bologna nel centro sociale xm24 che si connette con l’altro fenomeno transnazionale di design urbano: il guerrilla gardening (www.guerrillagardening.org) ovvero "attacchi" verdi di cittadini impegnati ad abbellire con piante e fiori zone degradate delle città. Nascono così le nuove "campagne urbane". Per inseguire "l’autarchia da balcone", come la definisce Marinella Correggia autrice di numerosi libri. Ma anche per azzerare il numero di chilometri da far percorrere al cibo che ci alimenta. E c’è anche qualcuno che punta in alto: al sesto piano di un palazzo del centro di Torino.
È quello che ha fatto Gaetano Bruno. Lui ha scelto la via dello sky garden, dell’orto giardino sul tetto. Lì ha distribuito su 5 terrazze i suoi 25 alberi da frutto e un invidiabile orto che gli garantisce una produzione complessiva di oltre 3 quintali annui tra frutta e verdura. Ma ci si può dilettare e coltivare specie orticole anche disponendo di uno spazio molto ristretto. Lo ha capito anche il mercato che ormai ha reso disponibili "ortaggi nani": pomodori ciliegia, zucchine e carote a misura di vaso.
Del resto la passione degli italiani per la cura del verde cresce e coinvolge ormai 4 persone su 10. Circa la metà sono over 65, ma non mancano i giovani. Lo sostiene Coldiretti che conferma il trend e fa notare un aumento delle vendite di macchine e attrezzature per orti e giardini, del 50% negli ultimi 5 anni. Un hobby che, secondo l’Istat, coinvolge nello stesso modo maschi e femmine e che non dispiace ai giovani: uno su quattro del totale ha un’età compresa tra i 25 e i 34 anni. Del resto è tra i giovani che spesso occorre sentire "l’erba che cresce": stili di vita che cambiano sospinti da una crescente attitudine ambientalista e da venti di crisi seria. Ma la riscoperta degli orti non è figlia della crisi. L’interesse per l’orto giardino c’era già da tempo, precisa Pia Pera, che da tre anni anima il portale www.ortidipace.org. Qui raccoglie notizie ma soprattutto connette esperienze su questo mondo, traghettando informazioni dal reale al virtuale e viceversa.
Perché esiste e cresce anche la via digitale del vegetale. Ce la spiega Alessandro De Angelis che il suo orto lo ha filmato e mandato in onda in diretta su internet sul sito www.ortourbano.it. Bizzarrìa tecnologica? Tutt’altro. Alessandro ha le idee chiare: "intraprendere la via digitale del vegetale vuol dire abbassare lo steccato del proprio orto e chiamare i propri vicini per dimostrare che è possibile riconvertire i giardini privati in esperienze di coltivazione diretta". E i vicini su web, si sa, possono essere tanti e alcuni possono diventare autori (come Luigi che dopo l’invito di Alessandro ha ora un orticello a Torpignattara). Orti veri, nel mondo reale, generati da relazioni virtuali.
Al di là dell’afflato ecologico, realizzare e prendersi cura di un orto significa anche far crescere alcune virtù indispensabili per il cittadino di domani: il senso dell’attesa, la pazienza, la precisione, l’attenzione ai fenomeni climatici, la coscienza del limite. Tutti valori fondanti dell’inevitabile transizione degli stili di vita che ci attende.